Chiesa Santa Caterina di Alessandria a Galatina

Pubblicato da Cortellenica il

Rispetto agli altri edifici religiosi presenti nella penisola salentina, la Chiesa di Santa Caterina di Alessandria si differenzia per lo stile e per gli affreschi contenuti all’interno dello stesso monumento. L’edificio più importante del comune di Galatina è infatti stato concepito attraverso lo stile romano-gotico. La sua costruzione risale alla fine del XIV secolo e venne commissionata da Raimondello Orsini-Del Balzo. La Chiesa di Santa Caterina di Alessandria offre il meglio di sé una volta entrati, poiché è qui che si può ammirare uno spettacolare ciclo di affreschi risalente al Quattrocento e ispirato chiaramente alla Scuola Giottesca.

La storia della Basilica di Santa Caterina di Galatina è legata alla famiglia dei del Balzo Orsini, conti della vicina città di Soleto. Gli Orsini, nella seconda metà del XIV sec., estendevano il loro dominio sul principato di Taranto, sulla contea di Lecce, e su molte altre città del Regno. Ugo del Balzo d’Orange, arrivato nel Salento al seguito di Carlo d’Angiò, ricevette da questi, per i servigi resi alla corona, la Contea di Soleto, che comprendeva il territorio di Galatina. Si deve al nipote Raimondello (dal 1385 conte di Lecce, in seguito al matrimonio con Maria d’Enghien, e dal 1399 Principe di Taranto, per volere di Ladislao di Durazzo, re di Napoli) la realizzazione complesso edilizio cultuale che comprendeva, oltre alla chiesa di S. Caterina (i cui lavori si protrassero dal 1383-85 fino al 1391), anche un Convento francescano ed un Ospedale per i poveri.

Nel complesso edilizio religioso di S. Caterina si intrecciano potere e ricchezza feudale con prestigio politico e forte spinta religiosa, che venne sollecitata dai fedeli non ellenofoni di Galatina, che richiedevano all’Orsini una concreta tutela dei propri bisogni di culto; ma dietro alla strategia del rilancio della latinizzazione del culto, Raimondello di fatto istituì un vero e proprio “pantheon” delle memorie orsiniane.

Notizie indirette sulla costruzione della imponente chiesa sono deducibili da quattro bolle pontificie dove vengono anche citati i due importanti edifici annessi alla chiesa; due furono le bolle di papa Urbano VI (1378-1389), entrambe del 1385 (una indirizzata al Ministro dell’Ordine dei Francescani della Provincia di Calabria e l’altra a Raimondello), e due del suo successore Bonifacio IX (1389-1404), del 1391 e 1403. Il progetto del complesso monumentale fu favorito prima da Urbano VI, che contribuì anche economicamente alla costruzione (Raimondello aveva difeso il papa in un momento di grave spaccatura della cristianità e per questo fu nominato “gonfaloniere della Chiesa e protettore nel regno di Napoli delle bandiere papali”) e poi da Bonifacio IX, che tra l’altro era di origini salentine (il suo nome era Pietro Tomacelli, battezzato nella chiesa di S. Maria della Croce in Casaranello), che lo riconfermò nello stesso prestigioso ruolo.

Nel 1391 Bonifacio IX sostituì i Francescani conventuali della Provincia di Calabria con i Francescani osservanti della Vicaria della Bosnia in Jugoslavia (a quella data erano già stati realizzati chiesa e convento) e nel 1403 conferì a Raimondello e ai suoi eredi lo jus patronatus sul complesso chiesa-convento-ospedale, legandone per sempre il destino agli Orsini del Balzo. 

Alla morte di Raimondello (1406) i lavori furono portati avanti dalla vedova Maria d’Enghien, divenuta nel frattempo regina di Napoli (per aver sposato in seconde nozze il re Ladislao di Durazzo), alla quale si deve la decorazione pittorica dell’interno della Basilica ed il cenotafio del marito. Il governo del principato fu poi esercitato dal figlio Giovanni Antonio ed alla moglie di questo, Anna Colonna (nipote del papa Martino V), si deve il completamento degli affreschi; tra l’altro Martino V pare sia raffigurato sulla vela centrale della volta della II campata, dedicata alla simbologia della Chiesa.

La storiografia sembra essere concorde nell’attribuire a Giovanni Antonio la tribuna che chiude la basilica ed il campanile che sarebbero stati realizzati tra il 1440 e il 1460. Il coro, a base ottagonale, prosegue con sette grandi finestre (cinque delle quali sono aperte e due murate in seguito alla ricostruzione del convento avvenuta fra il 1655-57) ed è coperto da volta costolonata. Giovanni Antonio lo avrebbe aggiunto probabilmente per preparare, in fondo alla nuova abside, il luogo per il suo monumento sepolcrale, secondo un modello tipico della corte angioina (si vedano come importante esempio i monumenti funerari presenti nella basilica di San Giovanni a Carbonara a Napoli) e, del resto, già attuata nella stessa basilica orsiniana con la originaria collocazione centrale del sepolcro di Raimondello, che chiudeva in origine il presbiterio.

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