Le Vasche del Re

Pubblicato da Cortellenica il

Dopo le incredibili foto di Cosimo Trono, boom di richieste per esplorare i reperti romani che da 1.700 anni giacciono sotto il fondale di San Pietro in Bevagna. Ecco tutto ciò che c’è da sapere

di ANNA PURICELLA

Volete sapere qualcosa in più sui Sarcofagi del re? Tuffatevi nel mare di San Pietro in Bevagna. Quelle 20 vasche che giacciono sul fondale sabbioso da circa 1.700 anni, nei pressi del fiume Chidro, hanno una storia da raccontare. E la sia può conoscere solo indossando maschera e pinne e immergendosi. Vicino ai reperti archeologici, infatti, ci sono dei pannelli esplicativi: sono stati posti lì nel 2009, quando quel sito entrò nel progetto di ricerca “Restaurare sott’acqua”.

A volerlo l’Istituto superiore per la conservazione e il restauro (Iscr), con il ministero per i Beni culturali e la collaborazione, per quanto riguarda San Pietro in Bevagna, della soprintendenza per i Beni archeologici della Puglia. Le “Vasche del re” si raggiungono facilmente, si trovano a 100 metri dalla riva e a meno di sei metri di profondità, e una volta lì ci sono dei box in acciaio, con il coperchio mobile, che permettono a tutti di fermarsi a leggere e scoprire qualcosa in più.

Ci sono le planimetrie del sito, le immagini e la ricostruzione di una storia che doveva terminare a Roma, ma che si inabissò nel mar Ionio. Di quei sarcofagi si è sempre saputo, o meglio, si parlava dell’esistenza di un relitto in quella zona già agli inizi del Novecento, quando alcuni accademici locali cominciarono a nominare presunte “Vasche del re”.

Nel 1964 il giornalista americano Peter Throckmorton, anche pioniere archeologo subacqueo, fece una ricerca che lo portò a scoprire e mappare i sarcofagi. Si cercava la nave, però, e non si è mai trovata. Neanche un pezzo di legno che potesse fornire qualche informazione in più. E allora di è proceduto per deduzione, proprio studiando quelle 20 vasche: la nave doveva essere lunga circa 20-22 metri, e larga al massimo 5-6.

“Probabilmente i sarcofagi di questa nave erano destinati a Roma – si legge sui pannelli sott’acqua – dove sarebbero stati sbarcati nella Statio marmorum di Ostia: da qui, per via fluviale, a bordo delle naves Caudicariae, sarebbero giunti alla Ripa Marmorata, presso il monte Testaccio, e nel Campo Marzio, dove operavano i marmorari, presso la Statio rationis marmorum”. Avevano ancora molta strada da fare, e soprattutto erano dei semilavorati che sarebbero stati poi decorati.

Quei sarcofagi – alcuni rettangolari, alcuni arrotondati, a volte impilati uno nell’altro – sono stati messi a confronto con il relitto di Methoni (Grecia), e quindi si è proposta la prima metà del terzo secolo dopo Cristo come datazione per il naufragio. Non sono abbandonati, però. Sono uno dei siti più rilevanti a livello europeo, e infatti sono stati inseriti nella rete “Dive in history”, un consorzio che riunisce istituzioni pubbliche e compagnie private dalla Grecia e dall’Italia, e che con la collaborazione della Commissione europea – per il progetto “Underwater cultural route in classical antiquity” – intende creare prodotti e pacchetti turistici innovativi, pensati per gli amanti delle immersioni e non.

Quello di San Pietro in Bevagna si sviluppa in quattro giorni, e oltre alle immersioni con guide esperte offre consigli su altre località del Salento e della Puglia, sulla cucina e i vini locali. Non è finita, perché l’Istituto superiore per la conservazione e il restauro continua nella promozione del sito: “Presto, in accordo con la Soprintendenza archeologica, metteremo dei pannelli dedicati al relitto anche al punto informativo turistico”, fa sapere Barbara Davidde, direttrice del Nucleo per gli interventi di archeologia subacquea (Nias) dell’Iscr.

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